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sulla fotografia...

Prima di articolare e tessere i primi approcci in questa nuova avventura, una sorta di "diario di bordo", colgo l’occasione per ringraziare anticipatamente chi mi concede parte del suo tempo per la lettura, e soprattutto chi ha voglia di propormi suggerimenti concreti e possibili miglioramenti per i contenuti proposti d’ora innanzi.

Riedito come primo articolo per questo mio blog, una “piccola” lettura già da me pubblicata su alcune riviste di fotografia, rafforzandone i concetti e dettagliando quanto più possibile lo scritto senza lasciare nulla di incompiuto... almeno quì non ho limiti editoriali o tagli legati allo spazio disponibile :)

Mi piacerebbe aprire questo spazio con una citazione che reputo quasi dalla “quarta dimensione”, e che molti di voi indubbiamente condivideranno: <<Diversamente dal cinema e dalla televisione, la fotografia ha il potere di produrre immagini che non sono piani continui, ma ritagli di piani: frazioni di secondo che raccontano storie complete>> [cit. Sebastiao Salgado]. Il sapore e la freschezza della fotografia risiede proprio in questa voglia di suscitare ricordi, raccontare e conservare storie attraverso un singolo frame, emozioni così immediate ma senza tempo, diversamente non riproducibili, ed è il feeling elettivo che si instaura sin dai primi elementari approcci con questa arte, dalla curiosità personale che spinge verso l’acquisto di una prima fotocamera, quale autentico strumento di comunicazione - si scoprirà in seguito -, che rendono le immagini prodotte ricche di ricerca, di pathos, e dal timbro personale, attraverso intensi viaggi introspettivi e visionari, quasi a voler direttamente o indirettamente suscitare una fitta rete di informazioni verso chi beneficia delle proprie foto, della bellezza e della libertà d’espressione non vincolata a rapporti commerciali (ritornerò ad approfondire questo concetto che radica il suo incipit sin dalla definizione di foto-amatore)... la fotografia come mezzo comunicativo, ma anche come legante sociale: una autentica stretta di mano, un dialogo o un abbraccio, tra chi scatta e chi osserva.

Quello che risulta tuttavia più difficile, in un processo sempre più articolato che si struttura sotto il nome di fotografia, è proprio il dialogo tra chi scatta e chi si ha difronte, maggiormente nel caso della fotografia di ritratto, ma soprattutto tra chi propone la fotografia e chi la legge, chi ne usufruisce della intrinseca comunicazione e chi ne è diretto “protagonista”. Quando proviamo a commentare con i nostri occhi una qualsiasi immagine, in questo mondo che ce ne bombarda centinaia di migliaia al minuto (questi sono i ritmi dei social network, pur lasciando il tempo che trovano, poiché quanto pubblicato in questo momento viene già superato tra un attimo), è facile rendersi conto che leggere in maniera quanto più possibile oggettiva - sempre che possa esserci oggettività, più che soggettività, in fotografia - è impresa veramente ardua: commentare non è facile, ci mette difronte a numerose difficoltà, e spesse volte si rischia inutilmente di filosofeggiare, o al contrario, scivolare in letture davvero scarne, trascinandosi appresso schemi che derivano quasi esclusivamente da esperienze pregresse, o da semplici istinti… sono le due facce della stessa medaglia!

Prima ancora del “perché”, forse si dovrebbe approfondire il “chi” e il “cosa”, e non è affatto facile argomentare. Resta quindi il fotografo, chi posa per lui, o chi legge, a dare il messaggio ultimo del progetto fotografico (o del messaggio rappresentato)? Il contenuto incastonato in ciascuna fotografia, a collimare il nostro gusto e giudizio, prima di tutti gli altri elementi, è un po’ come l’effetto dello scartare prima l’involucro avvolto al cioccolatino, poi il bigliettino con la frase d’autore: una diversa sensorialità che accompagna la degustazione del contenuto attraverso la densità e la ricchezza dell’intero processo fotografico, che vedremo in seguito come sempre più articolato e dettato da innovativi processi tecnologici, man mano più complessi e modernizzati, impensabili sino a pochissimi decenni fa.

La dinamica della fotografia, tuttavia, attraverso il suo primordiale processo di "scrivere con la luce", crea una linea di congiunzione tra il sé, il proprio modo di fotografare, le proprie esperienze, e ciò che ne è all’esterno. Non a caso per noi stessi le foto che scattiamo sono insuperabili, sono le migliori, e spesso ne siamo convinti. Anche chi osserva, per forza di cose, svilupperà in modo del tutto personale la fotografia, schematizzando la lettura attraverso la propria cultura, il proprio stile di vita, le proprie emozioni maturate sino a quel momento, esternando una delle possibili ed infinite realtà, o chiave di lettura che dir si voglia, per la medesima scena in esame, inglobando così tutti i libri che abbiamo letto, tutti i film visti e tutte le musiche ascoltate fino a quel momento, ma anche tutti i musei visitati, tutte le esperienze di viaggio, tutte le testimonianze vissute, ecc.

Dare giusta importanza e spessore alla fotografia d’autore è fondamentale in questo momento storico, in un mondo sempre più smart, sempre più social, sempre più anonimo, sempre più young, sempre più strutturato per bombardamento di immagini, dove la diffusione, l’accessibilità, l’immediatezza, la facilità dei mezzi, la "stranezza d'essere", riformulano il concetto stesso di fotografia, in qualche modo snaturando il senso stretto della fotografia se per un attimo pensassimo alla pellicola - ad esempio -, al profumo feticista e al lungo processo dello sviluppo e stampa analogico, non come senso anacronistico, ma documentaristico del termine. La fotografia che segna lo scorrere del tempo e che risulta essa stessa protagonista del tempo.

Credo che ciascuna immagine possa in qualche modo rappresentare, raccontare, conservare una storia, rivelare emozioni positive ma anche scovare input negli angoli oscuri tra i più nascosti della propria mente, traendone alementi dal proprio passato o evidenziando i propri desideri, spesso nascosti, difficili o irraggiungibili anche per noi stessi, o più facilmente innesca il “punta e scatta” di pancia senza un vero motivo, con la purta consapevolezza di portar via quel preciso istante - pensiamo ad esempio alle migliaia di foto sui nostri cellulari -, per un tema in particolare o una data rappresentazione fotografica di matrice ispirazionale, ma credo possa essere ancor più complesso l’iter procedurale che porta a realizzare una “buona foto”, buona foto non di certo per aver acquistato la macchina fotografica o l’obiettivo ingigantito in copertina patinata del catalogo fresco di stampa, perché sappiamo bene che non è lo strumento a fare "grande" una fotografia, ma ci vuole talento, studio, tempo, manico e perseveranza, dobbiamo mettercela tutta se desideriamo ottenere qualche risultato soddisfacente!

Tra i vari concetti chiave per una discreta cultura fotografica, appare evidente l’importanza di osservare, e possiamo farlo facilmente, ora più che mai, vivendo in un mondo scandito per immagini: osservare non solo le proprie foto, ma osservare soprattutto riviste (che siano scatti di cronaca, di moda, di sport o altro... è necessario nutrire bene lo spirito di osservazione), scatti pubblicati nei vari forum di fotografia (forum, perchè a differenza dei social network: possono essere specialistici, possono conservare le foto in alta risoluzione, tengono traccia del nostro profilo, delle nostre foto e dei nostri singoli commenti, elencando tutto il necessario senza fronzoli, e racchiudono gente a cui bene o male piace fare quello), ma osservare significa soprattutto vivere in prima persona l’esperienza di una mostra d’arte o immedesimarsi nella lettura di un libro monografico, o nella visione di un film, a seconda delle proprie attitudini, oppure, partecipare attivamente alla vita di un circolo fotografico locale o partecipare a mostre e concorsi anche fuori regione/nazione, questo aiuta a misurarsi, a rendersi conto dell'intorno. Osservare per un medio/lungo periodo anche un luogo a cui siamo mentalmente abituati (per esempio il quartiere in cui abitiamo, senza andare troppo lontano), ma farlo attivamente attraverso la fotografia, discendendo dalle nostre abitudini visive, oppure fotografare sempre la stessa persona per lungo tempo, concentrarsi su un colore o un oggetto, un tema in particolare, potrebbe essere spunto per nuove memorie ed esercizio stilistico utile per stimolare la nostra passione, per coltivare e trasmettere emozioni, prima per poi stessi poi per chiunque terzo fruitore.

La fase COVID, in questo particolare periodo storico del 2020, ci sta facendo scoprire (o riscoprire - secondo il proprio punto di vista -) l'importanza del tempo e la cultura dell’essenziale, dando il giusto peso ed una connotazione più precisa - probabilmente - anche alla propria fotografia, ed anzitutto al proprio essere. Tra le esperienze più intense e sensorialmente più emotive, suggerisco di appuntare continuamente, con un approccio squisitamente materialistico ed analogico, nella collocazione spazio/tempo, tutto il proprio vivere la fotografia (e non solo) in una Moleskine, contente ritagli di riviste, ma anche polaroid, bozzetti o appunti di viaggio, scarabocchi, appunti a matita ma anche a china indelebile, non solo per migliorare la progettualità di un’idea, ma per esempio per accorgimenti specifici su una location, su zone da visitare o su argomenti e tematiche da approfondire (o ripetere, per talune occasioni), avendo così tutto facilmente a portata di mano, ma anche solo parole chiave per poi ritornarci con la giusta calma, come faccio personalmente per formamentis pregressa. Progettualità quindi, concentrandosi per argomenti specifici, raffinando il più possibile la ricerca, sviluppare il più possibile il senso di autocritica e di intesi per la buona presentazione del proprio operato (basterebbero 10 foto presentate bene piuttosto che 100, per raccontare un evento, per esempio), che sia fotografia per passione, per studio o per lavoro, esercitandosi tanto a scattare quanto a leggere una fotografia, stimolando la curiosità e la cultura del bello.

Ma in definitiva, perché fotografare (per se stessi? per gli altri?), e perché osservare e commentare una foto? Nessuno è custode della realtà assoluta, se non l’autore stesso dello scatto, probabilmente. Spesse volte preferisco osservare in silenzio le fotografie che reputo “belle”, ma lo faccio anche per quelle “meno belle”, o quelle che reputo quasi del tutto “sbagliate” o apparentemente “meno significative” di altre, perché noi siamo meri recettori attraverso i nostri occhi, ed in qualche modo elaboriamo con il nostro cervello senza separarci dal nostro vissuto, dal nostro cuore, dalle nostre emozioni, dal nostro umore giornaliero, il nostro resta solo un gusto personale che potrebbe intercettare o meno quel determinato segno, quella determinata geometria, quella luce, quei colori che tanto ci piacciono, quei tratti somatici e dettagli, oppure l’intensità di un bianco e nero, e resta una delle infinite letture, magari tra una settimana, un mese, un anno, dieci, per un trascorso diverso della vita da quella attuale, la stessa foto non ci piace più, scoprendo o riscoprendo gusti del tutto o in parte diversi dai nostri stessi intenti o da quelli dell’autore dello scatto che stiamo leggendo… bene, questo sarebbe un buon esercizio introspettivo partendo dalle nostre stesse foto: rispolverare vecchi scatti dall’hard disk (- o dal cassetto -), ma anche rileggere vecchi commenti lasciati in coda a foto spalmate sul web (magari in un forum, visto che i social sono tanto veloci quanto inadatti alla fotografia), potrebbe essere un buon metodo per ritrovarsi, per ricalcare il passato, per “tipizzare” il proprio percorso e per rinnovarsi, dando un senso anche alla catalogazione, alla corretta archiviazione, un po’ come si faceva nei decenni scorsi per gli scatti di famiglia, rivalutando l'importanza della stampa, con la stessa curiosità di un bambino.

Dedico questo spazio all’amico Rocco Schiavone, fotoamatore, scomparso prematuramente, amante dei dettagli urbani, al cui articolo associo l'immagine quì di seguito, sognante quanto austera, proprio come lui.

All rights reserved © Vincenzo Fratepietro, giugno 2020.


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